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Perché non faccio lavoretti (e no, non mi dispiace)

Chi mi conosce (e/o mi segue) lo sa: io detesto i lavoretti. Non sono mai stata una fan di vasetti, cornicette con le mollette (fa anche rima) e altri manufatti con materiale di riciclo che tanto finiscono nella spazzatura dopo un “ma che carino”.

Non mi disturba che gli altri li facciano, ci mancherebbe altro, e non ho nulla in contrario che vengano svolti purché non mi si obblighi a farli fare perché subentrano diverse questioni.


Questione numero uno: il tempo
Insegno arte, tecnologia, matematica e inglese nella scuola primaria. Quattro discipline solo in una quarta (e inglese in due seconde). Ore limitate. Programmi da rispettare (no, non raccontatemi quella delle indicazioni nazionali che tanto sappiamo non è così). E quando arriva una festività, devo decidere: dedico due ore a far incollare cuoricini di carta velina o insegno la teoria del colore di Itten?

La risposta, per me, è semplice. E no, non è scritta da nessuna parte che io debba fare lavoretti.
“Ma si devono fare” mi dicono alcune colleghe.
Mostratemi la normativa. Mostratemi la circolare ministeriale. Mostratemi dove, in quale documento ufficiale, è scritto che un’insegnante di scuola primaria è obbligata a coordinare venti bambini nell’assemblaggio di manufatti a tema festivo.
Non esiste. Il “si devono fare” è pura inerzia travestita da tradizione.


Questione numero due: arte vs lavoretto
Facciamo chiarezza perché qui sta il nodo: arte e lavoretti non sono la stessa cosa.
Arte è osservare, sperimentare, scegliere, creare, esprimere. Arte è imparare tecniche, capire la teoria, sviluppare uno sguardo.
Un lavoretto è seguire istruzioni per produrre un oggetto uguale per tutti. È manualità ripetitiva con zero spazio per la scelta personale.


Quando un bambino mi chiede “maestra, quando facciamo il lavoretto?” io rispondo: “Mai. Io insegno arte, non faccio lavoretti. È diverso.”
All’inizio alcuni ci restano male. Ma quando aggiungo: “Se mi seguite, vi insegno a usare tempere, acquarelli, pennarelli. Vi insegno che si può colorare bene anche facendo tanti puntini con i pennarelli” – molti si entusiasmano.
Perché anche i bambini capiscono la differenza tra “fare qualcosa di facile che poi finisce la maestra” e “imparare qualcosa che posso usare davvero”.


Questione numero tre: la grande bugia
Ed eccoci al punto che nessuno vuol dire ad alta voce.
I lavoretti sono diventati una performance delle maestre, non un’attività dei bambini.
Quante ore passate a rifinire i lavori “perché altrimenti non si possono far vedere”? Quante volte “aggiustate” dettagli, bordi, incollature? Quante volte, di fatto, li finite voi?

Ora, se mi avete seguito fin qui senza commentare o chiudere pensando che non capisco nulla e sono una maestra di merda, fatevi questa domanda e rispondete onestamente:


Se il lavoretto lo finisce la maestra, allora cosa stiamo insegnando esattamente?


Non autonomia, perché interveniamo costantemente. Non competenza, perché il risultato non rispecchia le loro capacità reali. Non onestà, perché fingiamo che sia tutto opera loro.
È teatro. Scenografia per soddisfare l’aspettativa che “ci deve essere qualcosa da portare a casa” per dimostrare che “abbiamo festeggiato”.
E i bambini lo sanno benissimo. Ma si fa finta di niente.


Cosa faccio io
Quest’anno, per ora i miei alunni hanno fatto:
– La ruota dei colori di Itten – non un esercizio astratto, ma la base per capire come funzionano i colori, cosa sono i primari e i secondari e i terziari, nonché i complementari.
– Mandala colorati – uno solo con colori primari, uno con secondari. Applicazione pratica immediata della teoria appena imparata. Risultato? Hanno interiorizzato il concetto attraverso la mano.
– Parallelepipedi – costruzione tridimensionale (geometria) + uso del chiaro/scuro per mostrare la profondità (arte). Due discipline, una attività, competenze reali.
– Puntinismo – ora stanno imparando la tecnica di Seurat. Prima un fiore (forme organiche, accostamenti di colore), poi una versione semplificata de “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” (entrare dentro un’opera vera), infine soggetto a scelta libera (autonomia espressiva).
Non portano a casa oggettini decorativi. Portano a casa competenze.

Tra cinque anni avranno dimenticato il cuoricino di San Valentino. Non avranno dimenticato come si mescolano i colori, come funziona il puntinismo, che hanno ricreato un capolavoro di Seurat.


Questione numero quattro: il costo reale
I lavoretti costano.
Costano tempo – ore sottratte a matematica, arte vera, inglese, tecnologia.
Costano soldi – spesso usciti dalle tasche delle insegnanti (e io mi rifiuto di spendere i miei soldi per produrre oggetti che finiranno nella spazzatura).
Costano energia – gestire venti bambini con colla, forbici, carta velina e materiali vari è estenuante. Il sovraccarico sensoriale e cognitivo è reale.
Costano dignità professionale – perché io non ho studiato per coordinare attività manuali. Ho studiato per insegnare.


La connessione vera
L’altro giorno, durante matematica, alcuni bambini mi hanno detto entusiasti: “Maestra, abbiamo capito! Le proprietà delle operazioni servono per semplificare i calcoli!”
Erano felici. Non perché avevano portato a casa un oggetto carino, ma perché avevano capito qualcosa che funziona, che ha senso, che li rende più capaci.
Questa è la connessione vera tra insegnante e studenti. Non è basata su cuoricini di carta. È basata su rispetto, competenza, onestà intellettuale.
Non vi sto giudicando
Se fate lavoretti, fate pure. Sono scelte vostre e le rispetto.
Ma se li fate perché “si devono fare” – sappiate che no, non si devono.
Se li fate perché “i genitori si aspettano qualcosa” – potete tranquillamente spiegare che preferite investire il tempo in didattica vera.
Se li fate perché “i bambini li chiedono” – potete offrire loro qualcosa di più interessante da imparare.
E se li finite voi perché devono essere “presentabili” – chiedetevi seriamente: chi sta imparando cosa in questa attività?


Libertà didattica
Questa è la cosa più importante che voglio dirvi: avete libertà didattica.
Potete decidere di non fare lavoretti. Nessuno può obbligarvi. Nessuna normativa, nessun dirigente (se rispettate le Indicazioni Nazionali), nessun genitore.
Potete scegliere di usare il vostro tempo per insegnare contenuti veri, per costruire competenze reali, per dare ai bambini strumenti che porteranno con sé nella vita.
Io ho fatto questa scelta anni fa. E ogni volta che vedo i miei alunni concentrati sul puntinismo, o entusiasti perché hanno capito un concetto matematico, so di aver fatto la scelta giusta.
Le festività le vivono a casa, con le loro famiglie, nei loro modi.
A scuola imparano Seurat, i colori, la tridimensionalità degli oggetti e colorare rispettando luci e ombre.

Se siete rimasti fin qui vi ringrazio, che siate concordi o meno, avete rispettato la mia opinione e questo per me vale molto (e fa di voi delle persone degne di rispetto).

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Ah, e per chi si stesse chiedendo: no, i bambini non sono traumatizzati dalla mancanza di lavoretti. Sono troppo impegnati a imparare cose interessanti.

Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Il Sonno della ragione

Sono sempre stata affascinata dal Goya, pittore straordinario e straordinariamente polemico e comunicativo. Non mi riferisco al Goya dei ritratti ma a quello dei quadri che denunciano, raccontano, a quello delle stampe che fanno riflettere e ci fanno vergognare di ciò che vediamo nella natura umana (e quindi ance in noi stessi). L’opera che mi è rimasta dentro come un tarlo nella mente, impressa a fuoco nella memoria, e che guida ogni mio passo reca la dicitura: il Sonno della ragione genera mostri.

In questo anno scolastico ho visto nei comportamenti dei miei alunni di quinta gli effetti di questa mia linea. Durante un’esercitazione per i test nazionali standardizzati li ho visti e sentiti dibattere educatamente sui rispettivi ragionamenti laddove avevano dubbi. La mia presenza in questo dibattito era diventata meramente formale, ero lì per legge ma non servivo più, avrei potuto non esserci ed avrebbero continuato così, argomentando ma rispettandosi, ragionando e correggendo se ritenuto giusto.

In una delle scene del film “Mona Lisa smile” la docente di arte, interpretata da Julia Roberts, osserva silenziosa e in disparte le sue alunne dibattere su un quadro ed ha un sorriso tenue per via della formalità ed uno sguardo soddisfatto ed orgoglioso di come sono evolute quelle giovani menti liberate dagli stereotipi, veramente indipendenti dopo un anno di dubbi, fatica, arrabbiature e frustrazione per spingerle ad uscire da ciò che è stato preconfezionato e cucito loro addosso. Credo di aver provato una sensazione simile ogni qual volta hanno dibattuto tra loro, per ogni volta che mi hanno detto “maestra non è giusto” argomentando il motivo, ogni volta che non hanno obbedito passivamente ma hanno chiesto il perché.

In quel momento ho vissuto, o almeno così mi sembra, la sensazione di aver raggiunto un obiettivo che mi ero posta, quello che considero l’obiettivo dell’agire didattico indipendente dalla materia scolastica insegnata: pensare con la loro testa.

Pensare comporta mettere in dubbio e mettersi in dubbio, esprimere educatamente e ascoltare le altrui opinioni pronti a tornare sui propri passi se le motivazioni sono ritenute valide. Pensare comporta consapevolezza della propria fallibilità e, al tempo stesso, imparare tanto dalle vittorie quanto dai fallimenti.

Caro maestro Goya, mi hai accompagnata e mi accompagni per anni con le tue stampe e la tua caparbietà, la tua passione per l’arte ed il coraggio di esprimerti, spero che tu possa essere ben lieto di un piccolo grande successo.

Il sonno della ragione genera mostri, vero, ed è ora che sono bambini che possiamo e dobbiamo spingerli a pensare autonomamente, anche sbagliando, ma occorre agire ora.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, insegnarte

Schizzi d’autore

Nella mia lunga carriera di artista fallita e imbrattatele a tempo perso, più volte mi sono dannata per un disegno non completo, non dettagliato, istintivo e privo di tecnica sopraffina. Pretendevo il meglio da me per assecondare l’immagine di artista che mi attribuivano gli altri. Non ne faccio una colpa agli altri né alla famiglia, ho superato ampiamente quella fase della crescita, perché la colpa non era attribuibile: è un processo di crescita personale.

Anni fa, a Nancy, nel museo di Belle Arti, incappai negli schizzi di un pittore talmente realista che sembrava di veder muovere le persone ritratte nei quadri ed in effetti il museo aveva fatto anche delle installazioni in cui il quadro prendeva vita.

Quando arrivai alla sala dove c’erano gli schizzi di questo artista rimasi incantata, folgorata dal dinamismo delle figure reso con qualche tratto.

Ero affascinata da come un qualcosa di poco definito rendesse l’idea tanto quanto il quadro finito e finiva per piacermi di più. Il pittore in questione si chiamava Emile Friant, studente presso la scuola d’arte di Nancy e no, non ho una memoria prodigiosa ma il vizio di fotografare opere più google lens mi hanno aiutata a ritrovare le informazioni.

Aprendo Google Art&Culture sono incappata negli schizzi di Delacroix. Avrei dovuto aspettarmi che anche Delacroix, come molti altri artisti, avesse un qualche foglio dove prendere appunti grafici, eppure pensavo ancora ai meravigliosi appunti di Leonardo, Michelangelo e artisti del rinascimento ed ai loro studi per i quadri, non a schizzi su un quaderno per fotografare nella propria mente immagini, colori e fascino.

Durante un viaggio in oriente, nel 1832, Delacroix accompagnò un giovane diplomatico nella sua missione in Marocco per negoziare con il sultano Moulay Abd er-Rahman. Incantato e folgorato da cultura e costumi così differenti, forse dal fascino stesso che esercita l’oriente in molti occidentali da secoli oramai, prese appunti visuali producendo schizzi su donne, uomini e relativi costumi.

In seguito Delacroix attingerà a questi ricordi disegnati per scrivere un libro della propria esperienza in Marocco. Tutto catturava l’attenzione dell’artista che, nel suo taccuino, arrivava ad appuntare colori da stendere dopo e dettagli di abiti, gioielli e fronzoli vari con cui si abbigliavano le donne.

Delacroix appuntò anche l’uso dell’haik che avvolgeva le donne, ogni regione del Magreb aveva il suo modo differente di indossarlo e lui scelse di documentare come lo si indossava a Tripoli.

Grazie a  Abraham Ben Chimol, l’interprete del consolato francese a Tangeri che accompagnava la delegazione, ha modo di entrare e documentare la vita nella comunità ebraica di Tangeri. Oltre al documentare donne (tante) e uomini (pochi e indefiniti), documenta anche i paesaggi dinnanzi ai quali si trova nelle lunghe passeggiate che era solito fare.

La tecnica spesso usata dai pittori in viaggio è l’acquarello e, ammetto, è quella che uso anche io nei miei schizzi (anche se non ho certo la pretesa né l’arroganza di paragonarmi ai grandi artisti) perché in effetti asciuga in fretta e permette quindi di prendere appunti velocemente. Se poi si ha più tempo ci si sofferma su qualche dettaglio o si lascia abbozzato quello che meno importa andando a dettagliare ciò su cui si vuole attirare l’attenzione.

Non sempre un disegno fatto in viaggio deve essere dettagliato per rendere l’idea. Il fascino, a mio parere, degli schizzi, ciò che li rende affascinanti rispetto ai quadri finiti (senza nulla togliere ai quadri) è proprio l’idea che danno dell’istantanea, la sfocatura che permette al nostro cervello, ed alla nostra fantasia, di ricostruire nell’immaginario attingendo alle nostre conoscenze e gusti.

Perché parlarvi degli schizzi? Perché io, come molti altri, produco schizzi su sketchbook che non faccio vedere a meno che non mi venga richiesto e mi sono sentita spesso e volentieri “inferiore” ad artisti che dipingono quadri. Quando i bambini guardano i miei schizzi mi stupisco nel sentirli “wow maestra, sembra proprio lei” indicando una collega che ho appena accennato con pochissime righe o un animale. In loro scatta qualcosa, spesso ho notato la voglia di imitare, di provarci, di cimentarsi e, disegno dopo disegno, migliorano ma occorre aiutarli e ricordargli sempre che non è la perfezione che devono cercare, i loro disegni non devono essere per forza comprensibili agli altri, devono essere fotografie per loro stessi, al pari di foto che si fanno col cellulare o con la macchina fotografica.

Che vi riteniate capaci o meno di disegnare, non importa affatto, non è il saperlo fare che vi deve muovere bensì il volerlo, la ricerca del piacere di imprimere su carta quello che l’occhio vede e il cervello interpreta. Non importa il risultato, basta che ci capiate voi e, se temete di non capirci o di scordarvelo, scrivete dove eravate, con chi, incollate un biglietto della mostra, di un mezzo di trasporto o una frase letta. Siamo sempre con il cellulare in mano pronti a fotografare ogni cosa ma da quando ho rallentato ed ho cominciato a dirmi “no, non lo fotografo, lo disegno” è iniziato un percorso che mi ha portata oggi ad aprire i miei vecchi sketchbook e rivivere i ricordi come se fossero accaduti ieri, ricordando ogni dettaglio anche se il disegno non è dettagliato e sto bene. Guardo più quelli che qualsiasi foto o album (a dire il vero le foto non le riguardo mai salvo quelle di musei e opere). Un domani questi disegni saranno ricordi e, chissà, magari le mie nipoti e la figlioccia mi conosceranno meglio guardandoli.

Se vedete degli alunni o i vostri figli, nipoti che amano disegnare, cui piace insomma mettersi lì e produrre, provate a sedervi con loro e disegnare assieme quello che vedete, ridete degli errori, scherzate, rallentate. Non serve che sappiate disegnare o che pensiate di non saperlo fare, fatelo e basta, come quando si era bambini e non si sentiva il bisogno di pensare di essere capaci per farlo. Non vi va di farlo? Non fatelo, ma potete sempre sfruttare il tema degli sketch e dei quadri finiti e la loro differenza consistente in fattori quali lo scopo e la tecnica nonché i tempi di esecuzione per riflettere assieme ai vostri alunni sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista narrativo.

Questo è il percorso che volevo condividere perché non riguarda solo il disegno. Il disegno è solo un mezzo ma non un fine, non una méta. Lo scopo è raggiungere la serenità, la propria dimensione, imparare a curare di più se stessi. La tecnologia ci aiuta certo, ed io disegno anche digitalmente, ma deve solo aiutare, facilitare, mai sostituire e certi ricordi non si fissano con le foto ma godendosi il momento, scrivendo o disegnando.

E ci volevano Friant e Delacroix per farmelo capire? Evidentemente si ma sono stata sempre un po’ lenta.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, insegnarte

Un’opera al giorno

Ci son giorni in cui va tutto come dovrebbe, come ti eri programmata e ti ritrovi ad aver fatto quanto dovevi, avere la mente fresca nonostante lo studio e tanta voglia di fare. Mi metto di fronte ad un foglio, cerco immagini che mi piacciano, ce ne sono tante che è dura decidere, ma…niente!

In uno di questi giorni mi fermo e osservo il foglio ma la mia mano non si muove, non obbedisce al mio bisogno di disegnare. In questi momenti viene in aiuto tutta una serie di potenzialità che internet offre, ma nel mare magnum di letteratura, visioni satellitari e youtube, ho dei punti fermi, diciamo dei porti sicuri dove attraccare: Google Arts&Culture e un’app chiamata Artly.

Della mia passione per l’arte credo di averne parlato, anche se non mi stancherei mai, così come ho parlato già di Google Arts&Culture, ma non riuscendo a mettere il widget sul mio smartphone che mi propone un’opera d’arte al giorno, ho ovviato con l’app ARTLY (disponibile per android e IOS) che può offrire questo servizio più approfondimenti interessanti.

Ma perché un’opera d’arte al giorno?

  1. Sono ancorata alla granitica certezza che l’arte ci salverà da noi stessi.
  2. L’arte può essere la spinta che ci aiuta a comprendere che abbiamo ancora tanto da imparare…ed è meraviglioso se teniamo la mente aperta.
  3. Aiuta a tenerci in allenamento (mentalmente).

Dagli studi per ritratto femminile di Klimt al “Boy and dog in a Johnnypump” di Basquiat, passando per le icone russe, Modigliani, El Greco, Matisse e Botticelli, ho scoperto artisti che non conoscevo quali Andrew Wyeth, Yves Klein e David Hockney.

Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)
David Hockney

Sembrerà strano forse, ma nel mio diario mi segno l’opera del giorno proposta dall’app, le informazioni che mi interessano sull’opera e poi, se non lo conosco, mi appunto quello che mi colpisce di una breve ricerca fatta online tra siti di case d’asta, Google Arts&Culture e Wikipedia. Ecco che, così facendo, organizzo le conoscenze, memorizzo in quanto la scrittura a mano permette una migliore e più efficace memorizzazione delle informazioni, e mi sento soddisfatta. Non lo faccio per scriverlo qui, ma ho preso a farlo perché mi piaceva e basta, ma oggi mi è venuto in mente che sarebbe interessante proporre un’attività simile ai bambini di quarta e quinta primaria.

La mia idea base sarebbe:

  1. Prendi un’opera (scultura, pittura, incisione…) e proponi la visione ai bambini.
  2. Brainstorming sulle sensazioni che essa suscita o la storia che può raccontare (Hopper si presta)
  3. Facciamo una ricerca assieme, guidata, scrivendo sul quaderno le informazioni che ci interessano.
  4. Per raccogliere le informazioni che ci interessano saltiamo liberamente dalla biografia alle opere o altre curiosità che troviamo e riteniamo possano rivelarsi interessanti.
  5. Rileggiamo il tutto.

Una volta fatto questo in classe, credo si possa proporre un lavoro a casa assegnando a ciascun bambino, o gruppo, una “ricerca” su un artista e la sua opera riorganizzando poi le informazioni ed integrandole in classe.

Non accoglieranno bene da subito la proposta forse, ma si sa che i bambini non sono sempre inclini alle novità, tuttavia se li sapremo appassionare avremo tante soddisfazioni (e pure loro ne avranno). Questa attività non è utile unicamente per apprendere nozioni nuove, ma per sviluppare competenze nella ricerca, scrematura e selezione, nonché riorganizzazione delle proprie conoscenze.

Come tutte le idee, anche questa va affinata e adattata alla realtà in cui si lavora, ma io penso che a volte ci facciamo frenare dai nostri pregiudizi (io per prima), invece di provare, sperimentare e rischiare anche di fallire.

Se invece non vi va di provarlo in classe, fatelo per conto vostro o non fatelo proprio, ma la diffusione di internet ha portato anche il vantaggio di tutta la cultura a portata di click…sarebbe un delitto non approfittarne.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: vita privata di una maestra

Il sorriso ritrovato

Niente scuola in questo periodo, o almeno fino a Settembre e non qui…non su queste pagine di blog. Passo già del tempo a studiare normative e casi per mia curiosità e perché fa sempre bene avere ben presenti i confini del nostro intricato mestiere tra doveri (tanti), responsabilità (tantissime) e onori (ce ne sono? Dove? Quali?), ma anche per non permettere al cervello di addormentarsi come rischia di accadere in estate. La tentazione è forte!

Dopo il mio studio quotidiano e quasi piacevole, ho ripreso in mano un libro che non ricordavo nemmeno di avere “An illustrated journey” di Danny Gregory. Lo avevo comprato pensando di trovarmi i suoi disegni e invece ci sono diversi sketches che documentano viaggi di altri artisti. Aaaah i viaggi…mi mancano, non lo nego, anche se poi l mia maledizione è che viaggiando in due non riuscivo a disegnare se non giusto al ristorante o al caffè…ma il divertimento era la sfida di disegnare velocissima per non annoiare o star dietro ai tempi del mio compagno. Non è servilismo, è stata invece un’ottima scuola, adesso disegno un croissant o un miniboccale con canestrello a memoria. Provate a disegnare velocemente, potreste anche stupirvi di come, a distanza, le linee abbozzate e rapide, le forme incomplete potrebbero anche piacervi.

Tra le varie illustrazioni, una più bella dell’altra, mi ha colpito questa di Benedetta Dossi, nata a Trieste e, stando al libro, residente a Roma. Un po’ di campanilismo non guasta, ammetto che anche il fatto che un’italiana venga citata nel libro di un’illustratore e divulgatore americano fa un certo piacere, però il mio pensiero è stato un altro: ma perché io devo disegnare tutto dritto? Perché sbattersi a cercare di fare le cose perfette quando questo stile da “lente deformante” risulta più simpatico e accattivante? Perché dobbiamo procedere per linee rigide e regole da cui ci si può anche scostare senza nuocere a nessuno?

Posso affermare a pieno titolo che sono proprio queste linee armoniosamente curve e storte che mi hanno ridato il sorriso in questi giorni un po’ complicati.

Vale la pena curiosare tra le opere di questa artista, ma in realtà il punto cui voglio arrivare è che ci sono giornate in cui l’algoritmo sembra quasi volerti mandare un segnale. Questa è una di quelle giornate. L’algoritmo di youtube mi ha segnalato un video di Danny Gregory in cui parlava di trovare il proprio stile…disegnando ovviamente.

In seguito mi è tornato alla mente il libro che volevo guarducchiare da tempo…ed ecco lei e le sue linee che sembrano far prendere vita a palazzi e strade. Forse il messaggio è “torna a fare quello che più ti piace e fregatene del resto”. E’ quello che conto di fare nei prossimi giorni, intanto ho ripreso il “diario disegnato” che consiglio a chiunque, anche a chi non sa disegnare. Avrei potuto aspettare Gennaio, ma stavolta mi son detta “e perché? L’anno inizia quando vuoi tu” così ho iniziato a Luglio. Riprenderò a disegnare, magari approfittando della marea di foto fatte negli anni passati cui allegavo la promessa, mai mantenuta, che le avrei disegnate (motivo per cui le facevo), o magari rimarrà solo un articolo di blog pieno di buoni propositi ma seguito da un nulla di fatto…chissà. Nel mentre posso solo consigliare il libro perché come sostengo e condivido “la bellezza ci salverà” e un’opera d’arte, un’illustrazione, un bel disegno o un panorama che ci piace può ridarci il sorriso.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Come il Miele per le Api

Qualche tempo fa è venuto in classe un apicoltore, amico di una docente, che gentilmente lo ha invitato a far vedere ai bambini un’arnia e spiegare un poco la vita delle api ed il lavoro dell’uomo con questi insetti.

Ammetto che è stata una bella esperienza, molto interessante ed io, che non mi separo mai dal cellulare da quando la fotocamera degli smartphone ha superato la più ingombrante reflex (almeno per me sia chiaro), ho colto l’occasione per fare foto.

I bambini erano interessati, chi più chi meno, ed io, per un piccolo rinforzo, e con l’aiuto dell’entusiasmo di alcuni di loro, ho pensato ad un bel cartellone da fare sul mondo delle api (e pensare che sono tra gli insetti da cui scappo).

Ho fatto stampare, a mie spese, qualche foto dell’arnia e delle tavole su cui le api hanno costruito le loro cellette.

Ho disegnato un ramo con delle foglie e un alveare che i bambini hanno colorato talmente bene che sembrava stampato. Per pura pigrizia e per non spenderci mesi, ho cercato su internet e fotocopiato delle api da colorare e ritagliare, per incollarle attorno all’alveare.

Abbiamo anche colorato il disegno di un’arnia ed incollato le foto, mettendo anche le scritte e la descrizione del soffiatore, che mi ero persa perché non era nella mia ora.

Abbiamo visto, colorato e incollato sul quaderno e sul cartellone il ciclo di vita di un’ape (larva, pupa..) usando il progetto di un lapbook trovato su uno dei tanti siti per maestre (siate lodate colleghe, siete la mia salvezza). Ai bambini è piaciuto un mondo.

Per finire abbiamo raccolto informazioni sull’organizzazione della società delle api, l’organizzazione interna di un alveare, ed ho capito che l’Ape Maia era una fannullona. Insomma tutto questo insieme di informazioni ed attività è stato raccolto in un cartellone grande quanto due cartelloni.

Prima di concludere non poteva mancare un fumetto di sei vignette sulla produzione del miele, dall’ape che va a raccogliere polline al bimbo col vasetto di miele, passando per i macchinari che centrifugano le tavole per estrarlo ed ovviamente il modellino anatomico dell’ape.

Quest’ultimo l’ho trovato sul calendario che una collega ha gentilmente portato in classe. Lo davano in un paesino e lei lo ha preso e me lo ha portato. Io onestamente sono fissata con i modellini anatomici, in parte perché mi affascinano e in parte perché sono interessanti anche per i bambini. Trovano curioso vedere dove si forma il veleno, dov’è il cervello e gli organi in comune come sono disposti nei vari animali e insetti, quindi per ogni cartellone inserisco un modello anatomico molto semplificato.

I bambini lo hanno colorato seguendo le mie direttive. Ho seguito lo stesso schema di colori usato per il ragno, per mantenere una coerenza e rafforzare la memoria attraverso l’associazione colore-elemento. Lo stomaco è giallo, il cuore rosso, la ghiandola velenifera verde e il cervello blu o azzurro. Il resto nero. Nel caso dell’ape, essendoci già le ali azzurre ho optato per il viola per il cervello.

Il risultato finale è piaciuto così tanto che colleghe e bimbi hanno insistito per appenderlo nel corridoio così che potessero vederlo anche gli altri. Se pure non abbia avuto lo stesso successo riscosso dal cartellone su “Il volo di Sara”, tuttavia è piaciuto e, cosa non meno importante, anzi fondamentale, i bambini ne sono entusiasti al punto che uno di loro, un giorno, ha voluto darmi un contributo personale.

Questo bambino non era presente nei giorni in cui abbiamo fatto il cartellone e tutto il lavoro sulle api e, vedendo il lavoro finito, ha voluto fare una ricerca personale per poi donarmi questa infografica sulla produzione del miele. Considerando che ha otto anni e che è stato un gesto spontaneo, considero tale gesto ed il prodotto decisamente meritevoli di ammirazione, e non ho mancato di dargli una nota di merito per questa sua iniziativa.

Siamo giunti al termine di questi giorni riassunti in un articolo e, nel salutarvi, vi mostro il cartellone di cui sono tanto fieri. Può piacere o non piacere, ma tenete presente che contenuti, colore e posizione degli elementi l’hanno scelti loro, in un brainstorming divertente e costruttivo.

Come sempre se volete mandarmi i vostri lavori o dare suggerimenti potete scrivermi a diariodiunamaestra@gmail.com

Alla prossima avventura

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Fai da te del maestro, insegnarte

Coloring book gratuiti

Da anni oramai uso Google Arts&Culture anche nella didattica di Arte e lingua inglese…ma anche cenni storici, in fondo arte e storia vanno a braccetto.

In Google Arts&Culture vi sono anche dei giochi, ve ne avevo parlato già a Settembre, molto carini da fare con i propri figli o in classe, per riempire qualche tempo morto o per integrare la lezione con elementi ludici. Per chi invece cerca qualcosa di più “canonico” ma comunque utile vi sono i libri da colorare. C’è chi li vende e chi, come Google Arts&Culture, li rende gratuitamente scaricabili. Devono aver avuto notevole successo visto che ne hanno fatto almeno otto edizioni (non le ho viste tutte però).

Il primo apparso raccoglie alcune opere famose, pittoriche e architettoniche, e giochi come unire i punti, labirinti etc.

Ciò che rende molto interessante ed utile questo strumento è che si può utilizzare sia on line che scaricarlo e farne fotocopie. La seconda opzione a mio parere è molto utile.

Cliccate sull’immagine a sinistra ed andrete alla pagina dove trovare il coloring book on line.

Cliccate su “Gioca” e vi appariranno diverse opere, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Se vi interessa tutto, o ne volete una copia offline da farvi stampare o da stampare, andate a cliccare nel pulsantino grigio in alto a sinistra dove è scritto “Vuoi colorare offline? Stampa il libro”…più semplice di così…

Se vi interessa una sola opera, senza dover stampare tutto, andate a cliccare sull’opera scelta per la vostra attività. Io ho scelto “la grande onda” di Hokusai, perché mi piace il dinamismo ed i colori semplici ma nel complesso evocativi (i bambini però si perdono nelle sfumature della schiuma).

A questo punto si può colorare online, facendo vedere per qualche minuto l’originale e poi chiamandoli alla LIM per fargli aggiungere un colore alla volta, oppure scaricare, stampare e fotocopiare in modo che possano averne copia sui loro quaderni o nella cartellina di arte…come vi siete organizzati insomma.

Per scaricare andare a cliccare il pulsantino a destra, quello in mezzo ai tre pulsanti, quello con la freccia verso il basso e la lineetta. Insomma, quello della figura a sinistra!

Ve lo scaricherà subito mettendolo nella cartella “download” che si trova in “Documenti” (se avete Windows). Ora dovete solo stampare e farne ciò che desiderate.

Prima dicevo che ne hanno fatto 8 versioni, ebbene questa mostrata è la prima apparsa su Google Arts&Culture anni fa, nel mentre, hanno fatto altre versioni di cui vi ho preso una bella schermata, e non escludo a questo punto possano farne altre.

A mio parere possono risultare anche interessanti per approfondire tematiche differenti, come per esempio l’arte islamica o l’edizione Kwanzaa etc. Se cliccate sull’immagine andrete direttamente alla pagina dove poterle visionare comodamente con i vostri tempi e con tutta calma, senza stare ad impazzire per cercare nel web. So che non siete pigre/i, ma il tempo è denaro e se si può farvelo risparmiare è tutto guadagnato (per programmare meglio…).

Spero di esservi stata utile o di ispirazione, se avete piacere, scrivetemi e metterò le vostre esperienze con questo strumento in una pagina apposita.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, insegnarte

Le ho prestato le mie ali…

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre

[ I sommersi e i salvati- Primo Levi]

Come ogni anno il 27 Gennaio c’è il giorno della memoria ed ogni scuola, come ogni anno, contribuisce alla diffusione di un messaggio che deve rimanere ben inciso nelle nostre coscienze. Non starò a farvi la solita considerazione sulla Shoah, ebrei, campi di sterminio e di concentramento, con tanto di carrellata su film e libri consigliati o meno.

Per fortuna sono cose che oramai tutti sanno, come è giusto che sia, e per fortuna molti docenti e famiglie ci mettono del loro per spiegare ai bambini e ragazzi un fenomeno che a noi sembra tanto distante quanto orrorifico…o forse lo percepiamo talmente terribile da sembrare a tratti solo un incubo, pur sapendo che è verità.

Non ho scelto la solita immagine, se pur forte, della oramai celeberrima bimba dal cappottino rosso, ma ho scelto un’immagine, sempre dal film “Shindler’s list” che mi ha colpita al punto da rendere ovattato tutto il resto. Quando è uscito il film nelle sale avevo 17 anni e mia sorella 12. Nostro padre decise che dovevamo vederlo tutti assieme, insomma era di Spielberg e trattava un argomento che lui sentiva molto, e così andammo al cinema. Ricordo questo bambino/a, non ricordo onestamente il sesso, che per fuggire alla cattura correva disperato fino a tuffarsi in questa merda (si si, non userò termini dolci). Ricordo lo sguardo, ed è questo sguardo che mi ha accompagnata negli anni a venire, assieme ad un Shindler’s disperato perché avrebbe potuto fare di più secondo lui…nonostante gli dicessero che aveva fatto già più di quanto pensasse. Gli occhi parlano! Per quanto il film di Benigni “La vita è bella” sia stupendo, niente mi leva dalla testa questo sguardo.

Una mia collega mi ha chiesto tempo fa di fare un’attività a classi unite, chiedendomi un consiglio per le letture. Io scelsi, a naso a dire il vero, il libro “il volo di Sara” di Lorenza Farina. Il libro merita e ne consiglio vivamente l’acquisto, bellissime illustrazioni ma ancor più bella è la storia, molto delicata e con più piani di lettura. Se, tuttavia, volete conoscerlo meglio prima di acquistarlo eccovi la lettura dal canale Youtube Racconti in Soffitta.

La mia collega lo ha letto ed insieme ai bambini, due classi di terza primaria, abbiamo riflettuto sulle emozioni, sul messaggio, sul simbolo del passerotto. Uno dei bambini ha detto “il passerotto è simbolo di libertà”…in realtà pare simboleggi la vita, ma tutto sommato trovo molto bella questa visione.

Abbiamo fatto un cartellone lungo orizzontalmente uno sfondo con tre colori: nero, grigio e grigio blu, lasciando una parte bianca che desse l’idea di luce. La luce d’altronde è data dall’assenza di ombre pertanto basta non metterci del colore.

Io ho solo aggiunto una figura che richiamasse la bambina rasata ed emaciata con il “pigiama a righe”, il resto lo han fatto loro con le mie istruzioni.

In seguito ho fatto dei passerotti, fotocopiati, da colorare e incollare. I passerotti sono fatti in modo che un’ala e il corpo vanno incollati al cartellone.

Ho colorato il passerotto per mostrare un esempio alle colleghe con cui stavo collaborando.

Ogni bambino ha colorato il passerotto secondo il proprio sentire, le proprie emozioni e il gusto personale.

In seguito ciascuno ha piegato la parte inferiore dell’ala verso l’esterno, applicandovi poi un poco di colla stick.

Una volta colorato e incollata l’ala, i bambini hanno incollato, con un piccolo aiuto degli insegnanti, il corpo dei passerotti sul cartellone, inclinati in modo da ricordare il volo e posizionati da sembrar uscire dallo spazio chiuso del cartoncino.

Ed ecco il risultato, ogni bambino delle due classi si è trasformato in un passerotto, spiccando il volo verso il futuro, verso la vita!

Ringrazio le colleghe che hanno collaborato e contribuito a questa attività: La maestra Luana e la maestra Chiara e ancor più ringrazio questi bambini che hanno saputo conquistarmi e contribuire alla mia rinascita.

Alla prossima attività la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Impara a disegnare con me., insegnarte

Omini di neve per tutti (anche per i meno capaci)

Premettendo che non c’è bambino che non sa disegnare, ma esistono solo bambini ipercritici nei confronti delle proprie capacità, in una giornata in cui mi sono ritrovata la classe dimezzata e le vacanze natalizie vicine, ho deciso di fare arte con le tempere (quelle abbiamo).

Occorrente:

  • cartoncino (importante almeno 200gr)
  • scotch di carta
  • tempera blu, rossa, gialla e bianca
  • pennelli

Cominciamo col fissare il cartoncino al banco con lo scotch di carta facendone, al contempo, una cornice. Sarà sufficiente mettere le strisce di scotch in modo che siano metà sul foglio e metà sul banco.

Ora fate colorare tutto il foglio di blu. Non importa se il blu non è esattamente uniforme, basta che non inondino il foglio di tempera. Devono imparare a mettere uno strato alla volta. Potete dire loro di mettere un primo strato di blu, aspettare che asciughi e poi passare un secondo strato di blu su quello già asciutto.

TRUCCO (da dire loro): se volete che asciughi prima dovete mettere meno colore. Dovete distribuire tutto il colore sul pennello e dare pennellate sempre nella stessa direzione, o tutta verticale o tutta orizzontale.

Il foglio, fermo, aiuterà in tal senso.

Ora devono fare due cerchi bianchi e grossi, ma non devono arrivare in cima al foglio. Possono fare i cerchi senza disegno sotto, a mano libera rigorosamente.

Molti bimbi si lamentano di fronte all’impossibilità di “barare” usando bottiglie o altri contenitori tondi per fare cerchi, ma io di solito rispondo che a mano libera risulta più bello e artistico come effetto finale…ma poi, si è mai visto un pupazzo di neve perfettamente sferico? Io no.

Il cerchio in basso deve essere più grande di quello in alto.

Ora aggiungiamo col nero gli occhi e tre bottoni.

Io ho fatto aggiungere ai miei bimbi anche la bocca, che è risultata essere una riga curva, niente di che.

Ora aggiungiamo il naso! Leggenda narra che il naso dei pupazzi di neve sia in realtà ricavato da una carota, pertanto sarà arancione. Noi non abbiamo però l’arancione, pertanto come possiamo fare? Utile riflessione sui colori primari e secondari per far capire che non serve avere tutti i colori già fatti, bastano quelli primari , bianco e nero.

AVVISO: Mettete meno rosso e più giallo perché le tempere sono infide.

Ora aggiungiamo con ROSSO la sciarpa e il cappello (per il cappello basta fare un triangolo e poi due linee per poi collegare queste due al cappello. Fategli vedere come fare così si regolano (lo sanno fare). Può più un esempio visivo che mille spiegazioni.

Ora il nostro pupazzo di neve è quasi finito. Ultimo ritocco, ma ci serve il BIANCO.

Col bianco dovranno fare un cerchio alla fine del cappello e poi tanti punti bianchi col pennello perpendicolare rispetto al foglio. La soddisfazione è garantita! Persino i bambini meno fiduciosi nelle proprie capacità pittoriche si sono sentiti artisti soddisfatti con questo piccolo esercizio di pazienza, coordinazione e attenzione.

Il segreto, come ho detto loro, è tutto nella calma e nella lentezza, cosa che i bimbi spesso e volentieri non hanno, ma se sono guidati ne scoprono man mano le potenzialità. Io ho una terza quest’anno e devo dire che si sono comportati molto bene ed hanno ammesso che lentezza e rispetto delle istruzioni ha garantito loro un bel successo. Ora mi stanno solo facendo pressioni per portare le loro opere a casa e appenderle. Queste son soddisfazioni per la maestra, lo riconosco.

Questi passaggi che vi ho fatto vedere son fatti con la wacom cintiq, ma assicuro che rendono quello che è stato il lavoro in classe.

Per domande, delucidazioni, consigli o semplici riflessioni scrivetemi pure a diariodiunamaestra@gmail.com e vi risponderò non appena possibile (dati i tempi e gli impegni scolastici).

Al prossimo articolo, la vostra

Maestra Imperfetta