Cos’è quella cosa che sarebbe facile, diciamo tutti di saperla fare ma di fatto nessuno la applica?
Ascoltare!
I bambini fanno spesso baccano, a volte sono noiosi (non dite di no, lo abbiamo pensato tutti almeno una volta nella vita) e quando parlano spesso fatichiamo a capirli perché non dicono “ieri, Lunedì…” ma “l’altra volta”, e potrebbe essere un’altra volta di un anno fa come di quando avevano cinque anni (e ora ne hanno nove). Spesso sono ripetitivi alla nausea. Ebbene signori…lo siamo pure noi.
Battute a parte, comunque con un fondo di verità, mi capita in questa annata in cui i pargoli mi stanno crescendo, di sentirli fare domande con massima schiettezza, candore (forse poco) e sincerità sul sesso. Vedo già le vostre facce “ma come? A nove anni?”. Ebbene si! A nove anni.
In realtà quando mi dissero che avrei visto e sentito pure questo non ci credetti molto, ma ora che mi ci trovo dentro ci credo eccome. La cosa buffa e curiosa è che pare abbiano scelto me come depositaria delle domande, affermazioni e curiosità più imbarazzanti. L’imbarazzo in questo caso non è per un tabù, non mi ritengo una bigotta, ma perché non sai mai come e quando (e se) i rispettivi genitori vogliono affrontare l’argomento. Alcune colleghe preferiscono rinunciare anche solo ad ascoltarli in questo caso (ma anche in altri di solito). Io no!
Pace se questo mi attirerà qualche critica, ma il problema principale, il disagio spesso espresso è che non hanno un adulto dal quale si sentono ascoltati senza essere giudicati, soppesati e criticati.
La mia riflessione di oggi verte su questo: sulla critica!
Mi sono resa conto, ascoltando colleghi e amici, che spesso ci si aspetta che i bambini siano la perfezione, e tale perfezione dovrebbe consistere nel silenzio, nella quiete, nel rispetto delle regole, che poi cambiano al cambiare del nostro umore, e, cosa ancor peggiore a mio parere, nel non inciampare, far tutto giusto…insomma per dirla alla Maneskin versione Eurovision “vi conviene non fare più errori”.
Stamattina, mentre mi stramaledicevo per un biscotto lasciato a sciogliersi nel latte più del dovuto, ho pensato proprio a questo: come possiamo pretendere da loro se noi per primi non siamo così? Non dico che non vanno sgridati, puniti e corretti con rinforzi positivi sia chiaro, fa parte dell’educazione, ma sostengo che quello che dovremmo levarci dalla testa è il giudizio, la critica.
Non troppo tempo fa, direi mercoledì per essere precisi, un professore della Bicocca che tiene un corso per il Sostegno nella nostra scuola, ha detto che non crede al candore dei bambini. Ebbene nemmeno io sia chiaro, non a caso “il signore delle mosche” è scritto da un maestro, però siamo forse migliori noi adulti? I bambini non sono forse lo stadio che precede l’acquisizione di reale consapevolezza del nostro ingegno, capacità e intelletto? Il bambino non è forse lo stadio primario che precede l’acquisizione della morale? In fondo guardano a noi per imparare ciò che è giusto e non lo è (e poveretti mi verrebbe da dire).
Come insegnante, adulta e anche zia, guardo i bambini e interrogo la bambina che è in me. Giudicare è facile, ma ascoltare è veramente la cosa più difficile, eppure dovremmo, senza romanticismi pedagogici, senza edulcorare nulla, senza giudicare. Ascoltarli e basta e provare ad essere sinceri nel rispondergli. Ammettere che persino noi adulti fatichiamo a trovare il giusto e lo sbagliato, che le cose nuove spaventano, ma a volte son positive e altre negative. Che le scelte che facciamo a volte sono sbagliate, eppure affrontiamo le conseguenze, anche perché non puoi fare diversamente e da adulto non c’è chi ti concede una chance. Ammettere che siamo stati bambini anche noi, e che questo significa che abbiamo fatto gli stessi errori loro.
E se ci provassimo? Se cominciassimo a smettere di pretendere senza dare? Se cominciassimo davvero a smetterla di fare i supereroi davanti a loro e fargli capire che siamo umani e fallibili?
So che non ho risposto alle domande, ho lanciato il sasso, non nascondo la mano, ma spero che queste domande possano spingere a riflettere almeno un poco prima di rientrare in classe e dire “no bambini, questo argomento lo facciamo in quinta!”.
Alla prossima riflessione
Maestra Imperfetta