Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza
Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.
Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?
È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.
Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.
Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?
Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.
E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?
Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.
Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.
Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?
Non lo so. E forse è proprio questo il problema.
La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.
Scuola (in) Supposta